"Io non appartengo più" Tour
“Io non appartengo più” Tour (foto di Massimo Paolone)

Le feste di Natale hanno una loro musica. La mia non è mai stata quella prettamente natalizia. In famiglia ci siamo sempre regalati dischi, cassette e più tardi, come ancora oggi, cd. Quindi li abbiamo ascoltati e riascoltati, in loop, soprattutto nei giorni di vacanza. Anche quest’anno, ci siamo regalati molta musica. Ma questa volta abbiamo ascoltato un album arrivato sotto l’albero prima del 25 dicembre.
A fine novembre, in una di quelle giornate in cui ti scapicolli da una parte all’altra della città, ero riuscita a ritagliarmi una serata di musica, al Teatro delle Celebrazioni. E ho goduto di uno dei più bei concerti degli ultimi anni. Era il tour di “Io non appartengo più”. C’era Roberto Vecchioni sul palco. E il tutto esaurito in sala.

Roberto Vecchioni
Roberto Vecchioni (foto di Massimo Paolone)

Un concerto magnifico. E uno di quei rari casi in cui le canzoni nuove, quelle del disco uscito, ti piacciono all’istante. E tutte. Il giorno dopo ero ad acquistare un regalo prenatalizio per i miei genitori. Quel concerto andava visto. Loro non c’erano. Ci dovranno essere al prossimo. Intanto, la musica. E, come immaginavo, è piaciuta anche a loro.

Io non appartengo più
Io non appartengo più

Ho sempre avuto una certa passione per le canzoni di Vecchioni. Da quando ero ragazzina. Ancora oggi, è uno dei miei autori preferiti. “Canzone per Alda Merini” è quella che negli ultimi tempi ho canticchiato più spesso (concerto per pochi intimi: me sola, in auto). Ma è un amore che viene da lontano. Quando mi sono messa a studiare per l’esame da giornalista professionista, ripescando il mio vecchio libro di storia di quinta liceo, ci ho trovato alcuni versi delle sue canzoni appuntati.

Vecchioni è anche uno dei cavalli di battaglia da trasferta. Non credo ci sia stato viaggio per Milano, in cui non sia stata messa su “Luci a San Siro”. Ok, banalotta come scelta, ma ci sono riti da rispettare, nella macchina del Corriere diretta verso uno stadio. E, se lo stadio in questione è il Meazza, bisogna metter su “Luci a San Siro” e possibilmente non steccare cantandola. Punto.

Roberto Vecchioni
Roberto Vecchioni (foto di Massimo Paolone)

Al Celebrazioni, con “Luci a San Siro”, ci ha chiuso il concerto, Vecchioni. Lo ha aperto con una canzone che io amo molto di più. “L’ultimo spettacolo”. Quella delle “idee come ramarri”, le “mille solitudini” e l’“amico con due spade dentro al cuore”. C’è un verso che ho fatto mio, e che cito spesso quando vedo storie che finiscono e amici disperarsi. E’ tanto semplice, ma è una piccola grande verità: “Non si è soli quando un altro ci ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto”. E’ una canzone durissima e tristissima, non vi regala niente. Nessun lieto fine. Ma ha una bellissima musica. E parole splendide.

l'ultimo album
l’ultimo album

La seconda canzone che Vecchioni ha portato sul palco è stata “Io non appartengo più”, il singolo che dà il nome all’ultimo album. Ascoltatela, e poi ditemi se non condividete ogni parola della sua invettiva. “Io non appartengo al tempo del delirio digitale, del pensiero orizzontale, di democrazia totale. Appartengo a un altro tempo scritto sopra le mie dita, con i segni di chitarra che mi rigano la vita. Io l’ho vista la bellezza e ce l’ho stampata in cuore, imbranata giovinezza a ogni nuovo antico amore”.

un posto sul ring
un posto sul ring

Nel nuovo album c’è un altro pezzo che dovete assolutamente ascoltare, ed è “Due madri”. E’ dedicata a Cloe e Nina, le sue nipotine, figlie di un bell’amore tra sua figlia e la di lei compagna. Canta, nonno Roberto, alla piccola Cloe: “Non credere ai tanti tamburi di latta del mondo normale, se gridano allo scandalo mettiti a ridere ché sei speciale”. E poi a entrambe le bambine, che lo hanno preso per mano: “E non statemi a prender sul serio se dico che i sogni li ho persi nel cielo”. Non è una canzone di amore omosessuale. Certo è anche questo. Ma è soprattutto una canzone d’amore. Come lo era “Il cielo capovolto”, ricordate? Solo che questa volta è moltiplicato all’infinito, quell’amore.

Il cielo capovolto
Il cielo capovolto
Roberto Vecchioni
Roberto Vecchioni (foto di Massimo Paolone)

Per Francesca, sua figlia, aveva già scritto un’altra canzone che io amo molto: “Figlia”. “E figlia, figlia, non voglio che tu sia felice, ma sempre “contro”, finché ti lasciano la voce; vorranno la foto col sorriso deficiente, diranno: “Non ti agitare, che non serve a niente”, e invece tu grida forte, la vita contro la morte”. Ve beh, riascoltatela, e poi sappiatemi dire, quanta forza e quanto amore c’è dentro a quel testo. Ma torniamo all’ultimo album. Perdetevi nella dolcezza di “Wislawa Szymborska”, come per anni io mi sono persa dietro a “Le lettere d’amore”, dedicata a Fernando Pessoa, o a “Euridice”. E poi ditemi se non vorrete ascoltare e riascoltare “Così si va”. E’ un inno alla vita. All’amore. Ai ricordi e ai momenti che lo diventeranno. “Così si va, mica contando i giorni, mica contando i sogni che non torneranno più”, “così si va, a testa alta e col sorriso, di chi ha già visto il paradiso, in una donna senza età” insegna il professore.

A settant’anni, con trecento canzoni alle spalle, riesce ancora a sorprendere. Sul palco è una forza della natura. E con la penna in mano riesce a far vibrare ancora le corde del cuore. Non è un caso, la sua candidatura al Nobel per la letteratura. Non è un caso che a fine novembre io abbia visto uno dei più bei concerti che ricordi. E che anche oggi, riascoltando quelle canzoni, mi sorprenda di una bellezza che non sfiorirà mai: quella di certe parole così perfettamente accostate alla musica, così poetiche, così immortali.

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