Sant'Angelo, Ischia
Sant’Angelo, Ischia

Ho passato 5 giorni a Ischia, la scorsa settimana. Belle giornate di sole, silenzi e qualche buona lettura. Nel paradiso di Sant’Angelo la linea telefonica inciampava, e così la connessione a internet. Qualche messaggio e rare telefonate mi hanno riportato a Bologna con la testa per pochi istanti soltanto. Nel corso dell’ultima cena spartana sull’isola una conversazione mi ha distratto. Dal tavolo davanti al mio arrivava un accento familiare, rivelatosi velocemente bolognese. Una famiglia giovane, con una ragazza sui 20 anni molto ciarliera, scambiava qualche battuta con altri due clienti del tavolo a fianco, di natali diversi.

«Bella, Bologna, è ancora così?». La domanda veniva dalla coppia sui cinquanta scarsi. «E’ peggiorata, purtroppo», li ha ragguagliati la giovane scuotendo la testa. «Non è più quella che vi ricordate». Ora, lo so che non è educazione origliare le conversazioni altrui. Me l’hanno insegnato da piccola. Ma ne avevo licenza, quella sera, essendo a tavola con mia madre e scoprendo in lei un’altrettanto curiosa uditrice. L’argomento permetteva uno sgarro alle regole d’infanzia e di buona creanza. Si parlava di cose di casa, alla fine. Di famiglia. Si stavano lavando gli stracci sporchi in pubblico. Era il caso di ascoltare.

«Mi pare che i bei negozi che c’erano siano spariti…» buttava lì uno dei due signori. «Sì, e anche in quanto a vivacità siamo a zero», aggiungeva la biondina con i sandali. «L’unico posto vivo, quello che va per la maggiore in estate è il Codivilla, lì sì che c’è gente e funziona».

Già sui negozi si poteva discutere, ragazza mia, partendo sì dalla fuga di certe griffe da Galleria Cavour ma ragionando sulla presenza di concept e boutique di alto livello e registrando l’apertura di nuovi negozi finalmente svincolati non tanto dai dettami della moda, quanto da quelli dell’omologazione imperante. L’idea di unirmi nella conversazione era infatti lì, sul tavolo, appetitosa e pronta per essere presa a cucchiaiate. Ma il passaggio sulla Bologna che non sa più viver bene, che non propone nulla di più interessante del Codivilla, ha smorzato ogni fiamma del bell’argomentare. Si può discutere con qualcuno che riduce la proposta di intrattenimento bolognese alla baracchina di via Codivilla? Evidentemente no. Era il momento di alzarsi e rifornirsi al tavolo degli antipasti dove trovare più gustose alternative.

sfilata a Palazzo Pepoli
sfilata a Palazzo Pepoli

In mia assenza i genitori della biondina hanno poi aperto un altrettanto inquietante discorso sul centro cittadino. «Non siamo razzisti, sia chiaro, ma il fatto che il centro di Bologna sia in mano agli stranieri obiettivamente non è bello». Non siamo razzisti, sia chiaro. No, figuriamoci. E’ che vi dipingete così.  Al mio ritorno al tavolo la discussione stava scivolando sulla mancata sicurezza nello stesso centro. «Io ho scelto di star fuori dal centro, sto a Castel Maggiore, non vivo più con i miei, ma sì bisogna stare attenti adesso la sera, farsi riaccompagnare a casa è f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-e», concludeva la brava figliola.

via Belvedere
via Belvedere

Ammetto che cordialmente l’ho odiata. Bologna non è i negozi che non ci sono più, il centro in mano agli stranieri, la movida che è solo al Codivilla, la sicurezza inesistente. C’è sicuramente ancora tanto da lavorare, da migliorare, da far crescere in questa città. Ma c’è anche tutto un mondo che quell’inconsapevole ragazza non conosce. E che magari non conoscerà mai nemmeno la sventurata coppia seduta al tavolo di fianco al suo, alla quale è stato servito sul piatto dell’ignoranza un biglietto da visita improbabile. Bologna sta buttando i nuovi getti. Sta vivendo l’inizio di una nuova primavera, fosse anche solo (ed è già tanto) dal punto di vista culturale e sociale. Io intravedo l’inizio di una nuova primavera. Sarò presuntuosa, ma non credo proprio di sbagliarmi.

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