Brunori Sas
Brunori Sas

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Avevo solo calcolato male i tempi. Pensavo che per lo sdoganamento della Brunori Sas i tempi fossero già maturi tre anni fa, quando uscì “Il cammino di Santiago in taxi”. È successo adesso, con “A casa tutto bene”.

Comunque piacere di conoscervi, sono Dario, Dario Brunori, quello della Brunori Sas, l’ex ditta di papà, quella di mattoni che ho lasciato per dedicarmi alla musica, sì, e ho quattro album alle spalle, tutti onesti, senza canzonette acchiappa-ascolto di cui imbarazzarmi. E l’ultimo, beh, quello ora lo trasmettono anche i grandi network radiofonici. Succede che vado in tv, ospitano me e la mia band anche in interviste a tutta pagina sui grandi quotidiani nazionali. Ed è bello anche così.

Forse è ancora meglio, scoprire oggi Brunori Sas. Si hanno tre dischi in più, oltre all’ultimo, da ascoltare per apprezzarne poetica e musica, e osservarne la crescita. Ed è meglio anche per la critica, che ha la possibilità di non scivolare in giudizi spericolati – assomiglia a De Gregori, no a Dalla, no a mio cugino, bravino, però poi è un disco, chissà il prossimo – perché alla luce di quei quattro dischi si capisce bene che il talento c’è e c’era anche prima di “A casa tutto bene” e che Brunori Sas è semplicemente Brunori Sas, che piaccia o no (e per la cronaca: all’inizio si parlava di una somiglianza con Rino Gaetano e Ivan Graziani, per essere originali in questi giorni, almeno si peschi da lì, acciderbolina).

All’alba del 2017 un pubblico più folto di quello che riempiva i suoi concerti e comprava i suoi album, già comunque corposo, si è accorto della qualità di questo ragazzone calabrese e della sua band. Sinceramente pensavo che arrivasse prima, il successo vero. E non solo per la sorprendente qualità di testi e musica, ma per il fatto che assieme a quella, nelle pur profonde canzoni di Brunori, c’è un’immediatezza che pochi artisti di oggi hanno. Non ha mai avuto bisogno di alzare il pugno o infilarsi nel tunnel di un ermetismo incomprensibile per intercettare consensi. Per questo la platea virtuale di Brunori Sas è ampia. Ci dovrebbero star comodi un po’ tutti. Non è pop, è cantautorato, ma scevro di quello snobismo che ha precluso a tanti di crescere e di farsi apprezzare da un pubblico maggiore.

C’era e c’è anche il personaggio – Dario Brunori – accento calabrese e simpatia innata, perché, dotato di autoironia e cervello, e nonostante una timidezza latente, se la cava alla grande davanti a microfoni e telecamere.

Io mi sono imbattuta nella sua musica all’epoca del secondo album. Ed è stato – musicalmente parlando – amore al primo ascolto. Erano le parole che mancavano, accompagnate da un sound piacevole. Orfana dei vecchi cantautori, affamata di novità, nella Brunori Sas ho scoperto un’ottima ditta da cui rifornirmi di buona musica.

Professionalmente sono contenta di averne intercettato anni fa il valore. Il merito non è mio, ma di un buon amico, Renato, che me l’ha fatto scoprire. Poi ricorderò sempre con piacere le risate che mi sono fatta alla prima intervista a Dario Brunori realizzata per il Corriere: mai riso tanto durante un’intervista, giuro.

Così è la musica di Brunori. Divertente, ma tutto meno che comica. Fa bene al cuore e alla mente. Ti entra in testa, la puoi cantare a squarciagola, volendo finisci anche a ballarla (andate ai concerti e vedrete, come ci si scatena), ma senza scollegare mai il cervello dal resto. Le sue canzoni contro la paura, parafrasando un verso della terza traccia dell’ultimo disco, ti ricordano chi sei. E soprattutto dove sei, in quale mondo ti muovi. Con affanni, sgambetti e abbagli compresi.

“A casa tutto bene” è l’album più organico, potente e più esaustivo dei quattro sull’Italia in cui viviamo. Erano sicuramente lucide e puntuali, le vecchie “Come stai”, “Il giovane Mario” e “Mambo reazionario”, ma l’ultimo disco è un canzoniere dallo sguardo meno indulgente dei precedenti sulla nostra condizione, sul nostro essere qui e ora. Ci ricorda chi siamo, chi avremmo voluto essere e chi dovremmo combattere, per tornare a essere chi desideriamo.

È un manifesto contro “L’uomo nero” che dovremmo scalzare da incubi e piedistalli, ma soprattutto uno schiaffo ben assestato al “Don Abbondio” che c’è in noi. Svestiamone i panni, lasciamoli tra le pagine dei ricordi post-liceali e vestiamoci di nuovo coraggio. Senza timore, insomma. In fondo abbiamo 12 canzoni contro la paura, con noi, fornite dalla premiata e consolidata ditta Brunori Sas.

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